Israele e il caos non astratto

Di Andrea Tucci,

Israele usa l'instabilità come strumento per indebolire i suoi rivali, ma la resilienza dell'Iran rischia ora di stravolgere questa strategia di lunga data.

La storia dimostra che Israele ha spesso tratto beneficio dalle fratture regionali. La frammentazione degli stati confinanti – le loro divisioni interne, il collasso istituzionale e la paralisi politica – ha spesso giocato a suo favore. Questo non è caos astratto. È instabilità prodotta e gestita: la deliberata coltivazione del disordine come metodo geopolitico.

Alcuni analisti descrivono questo modello come "instabilità gestita": indebolire gli avversari non attraverso la conquista diretta, ma svuotandoli gradualmente dall'interno. Le società divise e consumate da crisi interne faticano a resistere alle pressioni esterne.

La superiorità militare di Israele è reale, ma il suo contesto strategico è fortemente influenzato dal sostegno degli Stati Uniti. Senza il costante supporto di Washington – dagli armamenti avanzati alla copertura diplomatica nelle istituzioni internazionali – la posizione strategica di Israele apparirebbe radicalmente diversa.

Allo stesso tempo, la mobilitazione permanente, la polarizzazione politica interna e le ingenti spese militari esercitano una pressione crescente sull'economia israeliana, rendendo difficile sostenere un confronto militare prolungato senza supporto esterno.

Per decenni, il pensiero strategico israeliano ha cercato di costruire relazioni pragmatiche con alcuni stati arabi della regione, nel tentativo di ridurre l'ostilità dei paesi limitrofi e riequilibrare le dinamiche regionali. Nel tempo, tuttavia, questa logica è stata accompagnata da un'altra osservazione geopolitica: i vicini divisi rappresentano una minaccia minore rispetto agli stati forti e centralizzati.

L'Iraq è forse l'esempio più chiaro.
L'invasione statunitense del 2003 ha smantellato le istituzioni statali irachene, sciolto l'esercito e innescato violenze settarie che hanno paralizzato la capacità di Baghdad di funzionare come potenza regionale. Uno dei principali attori militari del mondo arabo si è trasformato in uno Stato consumato da conflitti interni.

La Libia ha seguito un percorso simile nel 2011. L'intervento occidentale ha distrutto lo stato centralizzato libico e lo ha sostituito con una costellazione di milizie e governi rivali. Un paese che un tempo aveva un peso significativo nella politica regionale si è trasformato in un sistema politico frammentato, dominato da fazioni armate in competizione tra loro.

Anche la Siria fu travolta da una guerra devastante. Mentre il Paese si frammentava sotto il peso del conflitto e dell'intervento straniero, il consolidamento del controllo israeliano sulle alture del Golan rifletteva l'erosione della sovranità siriana, mentre Damasco lottava per la propria sopravvivenza.

Il Libano, fragile e politicamente paralizzato, resta intrappolato in cicli di crisi che impediscono l'emergere di un'autorità nazionale pienamente coesa.

Nel giro di pochi decenni, diversi stati che un tempo contribuivano a definire l'equilibrio di potere in Medio Oriente si sono trasformati in sistemi politici fragili o frammentati.

L'Iran, tuttavia, non ha seguito questo copione.

Per oltre quarant'anni, Teheran ha dovuto affrontare pressioni costanti: sanzioni economiche generalizzate, sabotaggi occulti, guerra informatica, omicidi mirati di scienziati e isolamento diplomatico. Eppure, lo Stato iraniano non si è disintegrato.

Le sue istituzioni e strutture militari hanno mantenuto la coesione. Nonostante le periodiche ondate di proteste interne, il sistema politico non è sprofondato in una guerra civile settaria.

Questa resilienza ha complicato notevolmente i calcoli strategici israeliani.

Nel luglio 2025, Israele lanciò un'offensiva militare di dodici giorni contro l'Iran. L'operazione non produsse la frammentazione auspicata; al contrario, lo Stato iraniano dimostrò una notevole capacità di consolidamento.

La successiva escalation – che coinvolse anche gli Stati Uniti – fu pubblicamente giustificata con la scusa di prevenire una minaccia nucleare. Eppure, nel 2015, l'Iran aveva firmato il Piano d'azione congiunto globale (JCPOA), accettando rigidi limiti al suo programma nucleare sotto supervisione internazionale e manifestando la propria disponibilità a negoziare.

La questione nucleare appare quindi intrecciata con un obiettivo strategico più ampio: contenere l'Iran e limitarne l'influenza regionale.

Teheran ha costruito e progressivamente consolidato una rete di alleanze che estende la sua profondità strategica oltre i propri confini: dal sostegno al governo siriano di Bashar al-Assad al suo rapporto strutturale con il movimento libanese Hezbollah, fino ai legami con diverse milizie sciite che operano in Iraq. Attraverso questa architettura di relazioni politiche e militari, l'Iran è in grado di esercitare influenza su molteplici teatri regionali, dal Levante all'Iraq e allo Yemen.

Nel Golfo Persico, inoltre, Teheran possiede un'ulteriore leva strategica grazie alla sua posizione lungo lo Stretto di Hormuz, un corridoio marittimo attraverso il quale passa circa il 20% delle forniture mondiali di petrolio. Questo fattore rafforza la capacità di deterrenza e di pressione geopolitica dell'Iran senza necessariamente richiedere uno scontro militare diretto.

Israele vorrebbe replicare in Iran lo stesso modello di frammentazione che ha caratterizzato altri contesti regionali: isolare diplomaticamente Teheran e spingerla verso la frattura interna. Tuttavia, a differenza dell'Iraq nel 2003 o della Libia nel 2011, l'Iran mantiene coerenza ideologica, continuità istituzionale e una propria strategia di proiezione regionale.

In questo scenario, uno scontro prolungato metterebbe a dura prova non solo Tel Aviv, ma anche Washington. Una lunga e costosa guerra terrestre contro l'Iran potrebbe accelerare la stanchezza dell'opinione pubblica americana e accrescere lo scetticismo di Washington verso un allineamento illimitato al massimalismo israeliano, soprattutto in un clima politico sempre più plasmato dalla logica dell'America First.

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